PTF prodotti tipici di fantasia

29/03/2018
By Alberto Capatti
PTF prodotti tipici di fantasia

Dal titolo alle ultime parole del saggio di Alberto Grandi – “All’invenzione della tradizione l’industria rispose con un intreccio inestricabile di futuro e di passato, entrambi, ancora una volta completamente inventati.” –  l’indagine sull’immaginario tipico e tradizionale con cui lasciamo che ci vengano confezionati i nostri migliori alimenti, o presunti tali, è condotta con metodo ed ostinazione. Il risultato è brillante. Possiamo finalmente sentirci liberi da una lunga serie di pastoie legislative e di illusioni promozionali, di cagli emozionanti e di pascoli eterni, mordendo con piacere la scheggia di parmigiano 24 mesi senza dover riverire una guida, una associazione, un giornalista, il cervello del marketing o il Ministero dell’Agricoltura. Alberto Grandi ha rimesso le cose al loro posto, ovvero ha invertito una tendenza al plagio mettendo la propria indagine al servizio della storia presente e non di una visione falsamente retrospettiva e prospettica. Il suo approccio bifocale – due sono le facce della luna, della nostra cultura, l’italiana e l’americana – è all’origine di un processo di identificazione degli ingredienti di alimentazione e di cucina, prendendo in conto l’emigrazione fra otto e novecento e la produzione di copie, imitazioni, talora quasi perfette che è continuata sino ad oggi. D’ora in poi, un prodotto, formaggio o olio, non ha solo a che fare con un marchio, comunale, ministeriale, europeo, ma con una indagine che ne ricostruisce la nascita e il profilo immaginario, in una visione che non si accontenta di un indecifrabile documento medioevale o di testimonianze di contadini e casari, fabbricate l’altroieri. Ad identificarlo contribuisce anche il suo doppio, venduto a miglia di miglia, parmigiano reggiano divenuto parmesan o reggianito. Alberto Grandi situa altresì, al centro di un processo che assegna valori a singoli prodotti, l’industria stessa, non più condannata, esclusa dalla tipicità.

Era ora. L’ubriacatura di sigle, dal tempo delle DOP replicate subdolamente in IGP –  è il  caso dell’aceto balsamico – o trasformate in IGP di comodo, metà brasiliane o argentine e metà valtellinesi per la bresaola, doveva finire, modificando il nostro approcccio alla qualità, oltre che sensoriale, intellettuale. Naturalmente è solo l’inizio e vorremmo saperne molto di più sulla produzione artigianale e/o industriale del lardo di Colonnata, o conoscere nel dettaglio lo "Sbraco dei Mille", dei mille formaggi italiani arrivati ad una qualche nomea in un ventennio, attraverso l’autenticazione legislativa, con una procedura ministeriale, regionale e locale. Tutti questi aggettivi che rimano fra di loro, ci hanno intontito ed era ora di mandarli a farsi friggere. Una analisi nel dettaglio sia delle fonti sia della bibliografia di Alberto Grandi seguirà il primo nostro sfogo gratulatorio. Se qualcuno osasse fare dell’ironia su questa sede, l’Accademia del Panino Italiano, ribattiamo subito che essa vigila non solo sulle proprie fette e sul loro contenuto in Italia e nel mondo e sul come comunicarlo, fuori dai contesti che hanno tacitamente avvalorato la denominazione di origine inventata, universitari e associativi, politici e commerciali.

 

Alberto Grandi, Denominazione di origine inventata, Mondadori 2018


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