Panino vs hamburger

12/11/2018
By Alberto Capatti
Panino vs hamburger

Prima c’era o il sandwich o il panino.

Alla fine degli anni ’70, il panino è in crescita qualitativa e quantitativa nelle città. Ingredienti italiani? Non solo, e nel 1881, in piazza San Babila a Milano, arriva Burghy e la sua rete si estende in tutta Italia. La scelta fra la polpetta e salumi, formaggi & C., si impone: da un lato il gruppo Cremonini, la Carne, dall’altro le alternative, locali o nazionali, disseminate in cento negozi e bar. Con l’acquisto di Burghy da parte di McDonald’s, nel 1996, il monoprodotto nazionale, ispirato ad un cultura che serpeggia e si diffonde in Europa, diventa globale. Poco importa che cambino nomi, immagini, insegne, la polpetta di carne schiacciata si moltiplica senza che ci si interroghi sulla sua origine o sulla sua cottura. Il prezzo è basso: se l’hamburger equivale ad una porzione di vitello o di manzo, magari con una bava di cheese, il panino raccoglie salumi da antipasto o formaggi pre-dessert, e  il valore “gastronomico” del primo è assicurato. Con il pane mangiavamo un’idea di pranzo, focalizzata su un suo momento culminante.

Che cosa ha rovesciato questo calcolo, questo valore? La cultura in declino della carne, il desiderio di variare con verdure e salse che non fossero ketchup, una nostalgia dei sapori italiani. Alla parola straniera – che sia hamburger, burghy o bigmac – si contrappone un italianismo semplice.

Perché un italianismo? Per la diffusione di panini italiani nel mondo, veri, riprodotti, simulati o contraffatti. Su di essi tutti, c’è ora una Accademia che vigila ed assegna ad ognuno un valore preciso. E le polpette di carne? Continuano la loro moltiplicazione monofunzionale, con consumi alti e bassi, momenti di crisi e di ripresa.

È cominciata un’epoca nuova, fondata sulla degustazione e il raffronto, e la creatività avrà buon gioco contro il monoprodotto.


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By Alberto Capatti