Italian sounding e cucina italiana

08/06/2018
By Anna e il Prof
Italian sounding e cucina italiana

Il Prof

Continuo, percorrendo la stessa tua via, non più in ciabatte ma, saltellando qua e là, con scarpe da ginnastica.
Le difficoltà che prospetti, sono tutte documentate. I ricettari di panini made in USA fondano le indicazioni di ingredienti, a partire dallo stesso pane, con succedanei, ovvero alternatives. E’ la via percorribile da chi non ha un supermercato con prodotti made in Italy, o non frequenta, a New York, Eataly.
Per raggirare il problema, la certificazione dell'Accademica del Panino Italiano è un primo passo, che il commercio e la vendita possono compiere, con controlli (difficili). Ancor più arduo è il controllo della preparazione casalinga per la quale il supermercato e il prezzo giocano un ruolo essenziale. Parmesan e balsamic hanno un loro ruolo concreto con una etichetta illusoria che li avvicina alla cultura, ai desideri dell’acquirente, senza sacrifici in denaro, con l’impressione dell’autenticità. Va avviata una ricerca sull’italian sounding, per esempio negli USA, comparando ingredienti e panini freschi, ripieni.

Un effetto comunque avrà la certificazione del panino italiano, definendone gli ingredienti, moltiplicando il loro valore, individuandone i maestri, anzitutto in Italia e in Europa, cioè in una area geografica apparentemente tutelata e circoscritta da marchi di prodotti. Se si considera tuttavia l’imitazione, la contraffazione industriale della mozzarella, in Italia, si vede chiaramente che il problema deve esser affrontato alla radice, come l’Accademia del panino italiano sta facendo, e non solo a distanza, a lunga distanza. Da questo punto di vista, una analisi critica dei nostri panini, un elenco dei falsi e dei cattivi, sarebbe interessante in questo magazine. Dobbiamo avere il coraggio di condannare e vietare, con foto e recensioni, analizzando e comparando. La lista dei proscritti, dei cattivi, creerà una zuffa e servirà da esempio. E’ il secondo passo, dopo la certificazione.

 

Anna

Questa ultima riflessione è davvero molto impegnativa.
Scrivere di “cultura gastronomica italiana” necessita di molto tempo e spazio.
Quando scherzosamente scrivo che tutti ne parlano e nessuno cucina indico una tendenza che mi sembra consolidarsi sempre più sia nei grandi agglomerati urbani che nei piccoli centri.
L’offerta di cibo pronto, di ogni tipologia e a qualunque prezzo ci rende sempre più “americanizzati” , mentre, nel contempo, la comunicazione del cibo impazza, basti pensare che oggi, mentre scriviamo possiamo sintonizzarci e vedere in tv, in assoluto ancora il più potente mass media, circa 80 programmi di cucina.

Per non parlare del web. Offerta di cibo ovunque, lavoro femminile e comunque un nuovo ruolo sociale femminile. Il desiderio di “faticare” sempre meno ai fornelli.
E persino il costo delle case e la riduzione dei moduli abitativi con il sacrificio della cucina, divenuta “angolo”. E altre ragioni ancora ci portano lontano dalla cucina di casa.
In qualche modo e per qualche oscura ragione si è sottovalutata, culturalmente, in questi ultimi anni, la fatica e la difficoltà di cucinare bene; come se tutto fosse facile, si potesse realizzare in un attimo, come se tutti potessero esserne capaci.

Non è così. Tutti lo possono fare è una menzogna: vale per ogni attività umana. E poi cucinare e ancora prima informarsi e conoscere i prodotti, la materia prima, non è facile.
Per quanto riguarda la cultura gastronomica italiano io lascio il racconto a Lei, che è un maestro. Ma non sono ottimista. Mi sembra un pasticcio di voglia di tradizione della nonna ma anche di esotico, amore e difesa dei prodotti locali ma desiderio di all you can eat finto giapponese: turismo gastronomico e poi, a casa, consumo di prodotti pronti. W l’Italia, ma poi vai di burger e patatine.


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