Pani-no!

12/10/2018
By Olga Orlandi
Pani-no!

I miei nonni materni, Cesare e Filomena, erano risaputamente persone modeste ma integre nella morale, lavoratori inappuntabili, maestri di resilienza, generosi e ospitali per quello che potevano e anche di più. Campani trasferiti al nord, più che per necessità, per insofferenza all’ambiente viziato dalla mafietta di paese, hanno dunque affrontato l’avventura perigliosa del viaggio, lo sradicamento, il sospetto, il razzismo persino; non sono stati però vinti da nessuna di queste avversità ed anzi hanno vissuto in onestà, lavorando senza risparmiarsi, e risparmiando a sufficienza per dare alle figlie il necessario per un avvenire anche migliore del loro. Insomma, una vicenda esemplare di risalita: da sud a nord, ed anche per qualche gradino della scala sociale. 

Con tutte le altre famiglie della penisola, nonostante il trasferimento, in comune c’era la riunione quotidiana intorno alla tavola apparecchiata. Apparecchiata non per niente! Le posate infatti, a casa dei nonni, erano da intendersi come indizio di civiltà (occidentale d’accordo, ma è questa la latitudine che ci è toccata in sorte), simbolo d’educazione e compostezza, prova del decoro del corredo domestico, e che dunque fossero utilizzate sempre, ed ognuna per l’utilità cui era destinata. 

Quello del tintinnio delle stoviglie era anche l’unico sottofondo sonoro del pasto o quasi, perché, a casa dei nonni, si mangia silenziosamente e mutamente, e il motivo sinistro è ormai lessico famigliare: “A tavola si combatte con la morte!”. Con l’ilare presagio del soffocamento e tutta la leggerezza di una pubblicità della Manzotin, le due sorelle tentavano di guadagnare piccoli diritti di trasgressione: quando mai una sera che si serviva il prosciutto crudo, avevano ardito di aprire la michetta per metterci dentro le fette! Era stato come evocare il demonio del desco! Il Pater familias, il custode delle memorie degli antenati, del fuoco domestico, era lui avvampato d’indignazione: il panino! Il panino col crudo! Quelle espressioni a bocca spalancata da incrociare gli occhi, che gli sembra di vedere doppio… non uno, ma due Franco Franchi! Che oltraggio bricioloso alla tovaglia! Che carnevalata: meneghine! Che arlecchinata: pagliacce!

Insomma, con tutta la sobrietà di gesti ed espressioni tipica del temperamento gelido dei meridionali della zona del casertano, il pater aveva espresso con pacata compostezza il concetto vitae necisque potestas de Sandwico e aveva assassinato il panino. Per sempre finché state sotto il mio tetto.

Dopo un attimo di stordimento so, miei piccoli lettori, che vi domanderete: ma perché? Ma se avanzate un’interpellanza simile non sapete proprio nulla di diritto romano. Qualunque giurista vi risponderebbe infastidito di dover puntualizzare l’ovvio: perché no.

 

NOTE

 

Lessico famigliare citando, con tutto il mio affetto e la mia ammirazione, il romanzo di Natalia Ginzburg

 

Per sapere tutto del galateo, anche quello della tavola, e perché mio nonno non si rivolti nella tomba potete raffinarvi qui: www.maisongalateo.com

 

Apostrofandovi con “miei piccoli lettori” non penso che siete bassi o infantili, sto citando l’incipit più riscritto della letteratura italiana: 

C'era una volta... - Un re! - diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno» 

it.wikipedia.org/wiki/Pinocchio

 

Vitae necisque potestas de Sandwico: è così che google translator traduce in un latino molto, molto, molto tardo la frase “diritto di vita e di morte sul panino”. Cliccare per credere.

 

E per sdrammatizzare il “perché no” ascoltate l’irresistibile versione brasileira di “Vengo anch’io” degli adorabili SELTON: https://youtu.be/FmHGju-m5kc


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