Palcoscenico in cassetta

03/12/2018
By Olga Orlandi
Palcoscenico in cassetta

Sarò schietta -ma per una riga soltanto-: la mia intenzione è parlare di teatro.

Mi rendo conto che non è l’URL adatto per l’argomento drammaturgico, ma io, per amore della messa in scena, sono persino disonesta, e avrei trovato una buona scusa fatta a panino… quindi, se potete, fate conto che non ho premesso niente al racconto che viene e provate a lasciarvi intortare. Pardon: ho mancato l’argomento gastronomico; lasciatevi imbottire! Pardonne moi encore: così suona minaccioso. Allora lasciatevi e basta! Ma per questo cambiate rubrica e passate “alla posta del cuore”.

Se non siete già sulla pagina di Donna Letizia, ecco cos’ho da riferire…

Non è da molto che sono stata a teatro per vedere “Un cuore di vetro in inverno”, l’ultima sceneggiatura di e con Filippo Timi. La kalokagathìa è la formula breve che meglio lo descrive, c’è poco da parafrasare: Timi è bello e bravo. L’antieroe protagonista ci sta simpatico e ci intenerisce, la piccola compagnia è altrettanto ben assortita, l’altalena di registri fa riflettere e sorridere a turno, l’andirivieni tra giullaresco, cortese, sboccato e rimato ci tiene vispi, le scenografie e i trucchi scenici, tra l’incanto e il naïf, restituiscono in neon e pagliuzze, boa di struzzo e gorgiere, mutandoni stesi e armature da giostranti, suggestioni trasognate. Il caos del sold out mi piace perché ripaga gli artisti e mi dispiace perché è una bolgia, tra applausi a casaccio, sganasciamenti fuori luogo e rozzezze da fanatici. 

Ecco che, appena in tempo per non prendere un quattro meno meno, piazzo la trovata per tornare in tema! Tant’è: mi prenoto una poltroncina per gli spettacoli di Timi, da quando mi è capitato di sentirlo leggere un estratto da un suo libro, sul palcoscenico del Teatro Valle Occupato di Roma. Un capitolo intitolato… “Maionese e zucchero”. La fonte è diretta, non si può smentire: quello maionese e zucchero era il panino preferito del piccolo Filippo. Lo sforzo per digerire un simile abominio di farcitura è da stomaci davvero extra strong, ma cos’altro finisce tra le due fette a inquacchiarsi di maionese e zucchero è anche peggio. D'altronde la recita improvvisata è irresistibile e esilarante e vale la pena di deglutire persino una ricetta da capogiro come questa. E allora, visto che Timi mi ha regalato sempre di buono, voglio avere fiducia nei suoi gusti. Ci provo! 

Prendo una ciotolina e la riempio con alcune spatolate di maionese, per rimandare ancora di qualche ingrediente il turno del semolatus horribilis aggiungo della curcuma e del pepe, e pure una presa di cannella, tanto per contentare anche il punto di dolce…  ma non ho più spezie per rinviare la disfatta al saccarosio: mi faccio coraggio, pesco dalla zuccheriera e inclino il cucchiaino sopra la salsetta. Ormai è fatta: tanto vale rimischiare. Vortico la posata finché l’intingolo, almeno alla vista, non desta più sospetto. E dunque la faccio finita! Indico con disprezzo la farcia e la sfido “tu non mi fai paura! T’ingollerò e di te non rimarrà che un brutto ricordo e poi anche quel ricordo si allontanerà sempre di più, sempre più giù!" Fino a scomparire in un vortice d’acque scure. Ficco il dito nel morbido e poi in bocca.

[il palcoscenico si illumina sempre più intensamente]

Disserro cautamente gli occhi strizzati, ma sto facendo una smorfia che mai avrei previsto: ho la punta della lingua allungata verso il naso! La mimica è inequivocabile: mi sto leccando i baffi! 

Ebbene, ecco la morale del racconto che mi autorizza a recensire una pièce in un sito di panini: se vedi un bello spettacolo è perché qualcuno di capace l’ha architettato, e se dunque segui i gusti di qualcuno che ne ha di buoni potresti scoprire anche buone ricette. Come la maionese filodrammatica: con le spezie, vi assicuro, sarà il colpo di scena tra due quinte di pane! Per l’ultima volta pardon: fette, volevo dire fette.

[buio in sala e in cucina, sipario, applausi]

 

DONNA LETIZIA è stato lo pseudonimo con cui Colette Rosselli, (1911 –1996), scrittrice, illustratrice e pittrice italiana, ha risposto a gli interrogativi sul bon ton e il saper vivere, prima su Grazia e in seguito su Gente. Tutto il resto su wiki.

APPLAUSI A CASACCIO mi domando se, in una delle edizioni de “Il saper vivere”, per l’appunto firmato da dalla Rosselli ci sono le consuetudini del pubblico teatrale. Una maniera adatta la riporto io: a teatro, gli applausi si fanno a chiusura di ogni atto e alla fine dello spettacolo. Le eccezioni e altro, mentre aspettate la consegna dei volumi di Donna Letizia, potete leggerle qui.

FILIPPO TIMI ha un sito tutto suo dove trovate le presentazioni degli spettacoli, le prossime date, nonché i libri a sua firma. Ça va sans dire, l’URL è http://www.filippotimi.com/

Filippo Timi dicevo… KALOKAGATHÌA (in greco antico: καλοκαγαθία), dalla somma di καλός καὶ ἀγαθός, cioè bello e buono, indica nella cultura greca del V secolo a.C. l'ideale di perfezione fisica e morale dell'uomo.

Sostenete il TEATRO VALLE OCCUPATO. La sua storia recente comincia cosi: “Il 14 giugno 2011 abbiamo occupato un teatro del 1727 per attuare una rivolta culturale.” Se volete, proseguite la lettura qui.

Sul canale YouTube del Valle Occupato trovate le riprese dell’esilarante lettura di Timi. La prima parte https://www.youtube.com/watch?v=d-gJQzMUt3Y, e il seguito https://www.youtube.com/watch?v=cXfN23TTFUg

INQUACCHIARSI non è italiano, è bensì la forma riflessiva del verbo in dialetto napoletano “inquacchiare” (pron. 'nquacchià): sporcare – macchiare. L’ho usato perché suona bene, ma diciamo che è un omaggio a De Filippo…

DELLA CURCUMA E DEL PEPE: si legge sia sui siti di olistica che nella letteratura scientifica che la piperina del pepe migliora la biodisponibilità e le possibilità di utilizzo della curcumina. 


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