Giovanni Pascoli e la piada

17/09/2018
By Daniela Guaiti

Taci, querulo passero: t'invito. Sempre diventa il tuo gridìo più fioco:    

taci: or ora imbandisco il mio convito. 

Il poco è molto a chi non ha che il poco:           

io sull'arola pongo, oltre i sarmenti, i gambi del granoturco, abili al fuoco.        

Io li riposi già per ciò. Ma lenti sono alla fiamma:          

e i canapugli spargo che la maciulla gramolò tra i denti.            

Nulla gettai di quello che non largo mi rese il campo:    

la mia man raccoglie anche i fuscelli per il mio letargo. 

Serbo per il mio verno anche le foglie aride.     

Del granturco, ecco via via mi scaldo ai gambi e dormo sulle spoglie.     

Ciò che secca e che cade e che s'oblia, io lo raccolgo: ancora ciò che al cuore si stacca triste      

e che poi fa che sia morbido il sonno, il giorno che si muore.    

IV         

Il mio povero mucchio arde e già brilla: 

pian piano appoggio su due mattoni il nero testo di porosa argilla.        

Maria, nel fiore infondi l'acqua e poni il sale; dono di te, Dio;    

ma pensa! l'uomo mi vende ciò che tu ci doni. 

Tu n'empi i mari, e l'uomo lo dispensa nella bilancia tremula:   

le ande tu ne condisci, e manca sulla mensa.    

Ma tu, Maria, con le tue mani blande domi la pasta e poi l'allarghi e spiani;      

ed ecco è liscia come un foglio, e grande come la luna; 

e sulle aperte mani tu me l'arrechi,      

e me l'adagi molle sul testo caldo, e quindi t'allontani. 

Io, la giro, e le attizzo con le molle il fuoco sotto,          

fin che stride invasa dal calor mite, e si rigonfia in bolle:          

e l'odore del pane empie la casa.          

 

La parola poetica rende sublimi anche i gesti della quotidianità. Gesti che Pascoli dipinge come in un quadro: al centro, la piada, preparata da secoli nello stesso modo. Acqua e farina impastate, stese e cotte sul testo di argilla, in un rito consolidato che coinvolge il poeta e l’amata sorella. Il calore del fuoco, la bellezza delle bolle dorate che si formano sulla superficie della piadina, il suo profumo fragrante: sensazioni mai sopite che si riaffacciano alla memoria e che ci trasmettono il gusto della serenità e della pace domestica.

Oggi per noi la piada è un simbolo delle vacanze sulla Riviera, tutelata dal marchio IGP e farcita in mille modi nei chioschi e nelle piadinerie. Ma nella Romagna povera e autentica di più di un secolo fa era la base del mangiare contadino. Ed era il cuore della vita in famiglia: un pane che racchiude il senso stesso della vita, nel farsi dono per sé e per gli altri. 

La piada è pronta. La sua fragranza si spande fuori dal focolare. L’intimità della cucina si apre all’accoglienza e all’amicizia, regalando al pane il gusto della condivisione.

 

Entra, vegliardo, antico ospite: ed ecco l'azimo antico degli eroi,           

che cupi sedeano all'ombra della nave in secco 

(si levarono grandi sulle rupi l'aquile;   

e nella macchia era tra i rovi un inquieto guaiolar di lupi...):

il pane della povertà, che trovi tu, reduce aratore, esca veloce, 

che sol s'intrise all'apparir dei bovi:      

il pane dell'umanità, che cuoce in mezzo a tutti, sopra l'ara,      

e intorno poi si partisce in forma della croce:   

il pane della libertà, che il forno sdegna venale;            

cui partisci, o padre, tu, nelle più soavi ore del giorno: 

ognuno in cerchio mangia le sue quadre; più, i più grandi,        

e assai forse nessuno; forse n'ebbe più che assai la madre,       

cui n'avanza per darne un pò per uno. 

VII        

Azimo santo e povero dei mesti agricoltori,      

il pane del passaggio tu sei, che s'accompagna all'erbe agresti; 

il pane, che, verrà tempo e nel raggio del cielo, sulla terra alma,           

gli umani lavoreranno nel calendimaggio.         

Che porranno quel di sugli altipiani le tende,    

e nel comune attendamento l'arte ognun ciberà delle sue mani.           

Ecco il gran fuoco, che s'accende al vento di primavera.           

ma in disparte, gravi, sulla palma le bianche onde del mento,   

parlano i vecchi di non sò che schiavi d'altri e di sè:      

ma sembrano parole sepolte, dei lontani avi degli avi. 

Guardano poi la prole della prole seder concorde,        

e, con le donne loro e i loro figli, in terra sotto il sole,  

frangere in pace il pane del lavoro.


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