Cristina e la bontà del suo riso

27/12/2017
By Laura Rizzato
Cristina e la bontà del suo riso

È “Buono”, di nome e di fatto, il riso di Cristina Cavalchini, foodhero di Foodscovery. In uno degli aggettivi più semplici al mondo, c’è tutta l’essenza di questo prodotto che si basa su una tradizione iniziata alla fine del XVII secolo. In quel periodo la nobile famiglia dei Gautieri, lasciata la contea di Nizza, venne a stabilirsi in Piemonte, portando importanti ristrutturazioni nei metodi d’irrigazione e di coltivazione. Una tradizione continuata dai marchesi Cuttica di Cassine e, attualmente, dai baroni Guidobono Cavalchini.

Le varietà di Riso Buono sono due: Carnaroli (quello vero, invecchiato un anno da grezzo) e Artemide (un incrocio tra il basmati bianco e il Venere).

La semina avviene a maggio, la raccolta a ottobre. Infine i chicchi vengono puliti e sbiancati a pietra come si faceva una volta. In questo modo i valori organolettici non si perdono e il prodotto rimane integro dopo la cottura.

Nella produzione del riso la tecnologia ha migliorato moltissimo le cose, anche se ha cancellato la magia di un tempo. Non esistono più infatti le distese d’acqua con le mondine che, tra una canzone e l’altra, chinate raccolgono il riso. Ora nei campi ci sono per lo più macchine. “Noi però non vogliamo rompere del tutto l’incantesimo - spiega Cristina Cavalchini - ancora oggi facciamo pulire la parte finale del raccolto alle mondine”.

Così, in un gesto semplice, vengono mantenute le tradizioni. La passione, l’importanza della terra e il sorriso sul viso. Ogni chicco contiene questo e nel piatto lo si sente.

 

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